Il Wall Street Journal contro Sarkozy e Hollande che attaccano la Bce
L’euro-zona non desta certo l'invidia economica del mondo in questo periodo, ma il vecchio continente ha schivato una pallottola politica quando è stata istituita la Banca Centrale Europea, su insistenza tedesca, con la stabilità dei prezzi come unico mandato. I politici francesi, pronti a tutto nella loro corsa alle presidenziali, stanno ora cominciando a mietere altre idee. “Se la Banca Centrale non sostiene la crescita, non ne risulterà uno sviluppo sufficiente”, ha detto il presidente francese Nicolas Sarkozy in una manifestazione politica che si è tenuta a Parigi domenica scorsa.
21 AGO 20

L’euro-zona non desta certo l'invidia economica del mondo in questo periodo, ma il vecchio continente ha schivato una pallottola politica quando è stata istituita la Banca Centrale Europea, su insistenza tedesca, con la stabilità dei prezzi come unico mandato. I politici francesi, pronti a tutto nella loro corsa alle presidenziali, stanno ora cominciando a mietere altre idee.
“Se la Banca Centrale non sostiene la crescita, non ne risulterà uno sviluppo sufficiente”, ha detto il presidente francese Nicolas Sarkozy in una manifestazione politica che si è tenuta a Parigi domenica scorsa, nell’ambito della campagna elettorale del primo turno al voto presidenziale previsto il 22 aprile. Il suo rivale principale, il socialista François Hollande, è stato ancora più enfatico rilasciando la seguente dichiarazione a un’emittente radio francese: “Verseremo in ben altre situazioni se la Bce, fin dall’inizio della vicenda greca, fosse intervenuta in maniera massiccia acquistando il debito sovrano o sottoscrivendo finanziamenti statali ai diversi paesi”.
E’ un lamento che non suona nuovo: ogni volta che ritarda la crescita, la colpa va sul groppone dei banchieri centrali. Ma nel caso dell’Europa, la denuncia non è particolarmente convincente. La Bce ha comprato centinaia di miliardi di euro in titoli di stato europei negli ultimi due anni. A partire da dicembre scorso, ha tirato fuori un trilione di euro in prestiti di emergenza alle banche. In più, la Banca ha mantenuto il suo principale tasso di rifinanziamento al 2 per cento o anche al di sotto dal gennaio 2009. Tutto questo nonostante l’inflazione dell’euro-zona plani attualmente intorno al 2,6 per cento l’anno mentre il target di inflazione della Bce è fermo al 2 per cento.
Sarkozy vorrebbe che la Bce adottasse qualcosa di simile al “doppio mandato” degli Stati Uniti che hanno richiesto alla Federal Reserve di indirizzare sia l’inflazione sia la disoccupazione. Finora la questione è stata tenuta sotto controllo da una tregua informale messa in atto nel mese di novembre dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha promesso di non fare “nulla di positivo ne di negativo” rispetto al mandato della Bce. Ora la predica politica del presidente francese sta mettendo in pericolo le condizioni del patto.
Il fatto che queste minacce abbiano una minima possibilità di diventare realtà è una questione diversa, almeno fino a quando la Germania resterà a capo dell’euro-zona. Ma è una indicazione di quante cattive idee si insinuano nella disputa economica della classe politica europea. Sarkozy è il primo a non riuscire a riconoscere il proprio ruolo nella crescita emettendo tasse più alte, intoppi burocratici e la denigrazione delle imprese di successo. Per quanto riguarda la Bce, anche con un unico obiettivo ufficiale sull’inflazione, si è trovata sotto una pressione impressionante per quanto riguarda il sottoscrivere misure sul welfare europeo. Rendere la “crescita” parte integrante dei suoi doveri d’ufficio risulterebbe solo in un’ulteriore politicizzazione delle sue decisioni, compromettendo la reputazione integra e stabile della banca in questione.
In Italia, Spagna e anche in Portogallo, i leader politici hanno compiuto il passo di riconoscere la necessità di intraprendere dolorose riforme interne, pena il ritrovarsi di fronte a una debacle in stile greco. I francesi potrebbero prendere in considerazione l’eventualità che questo possa essere utile anche a loro.
© Wall Street Journal. Per gentile concessione di MF/Milano Finanza
“Se la Banca Centrale non sostiene la crescita, non ne risulterà uno sviluppo sufficiente”, ha detto il presidente francese Nicolas Sarkozy in una manifestazione politica che si è tenuta a Parigi domenica scorsa, nell’ambito della campagna elettorale del primo turno al voto presidenziale previsto il 22 aprile. Il suo rivale principale, il socialista François Hollande, è stato ancora più enfatico rilasciando la seguente dichiarazione a un’emittente radio francese: “Verseremo in ben altre situazioni se la Bce, fin dall’inizio della vicenda greca, fosse intervenuta in maniera massiccia acquistando il debito sovrano o sottoscrivendo finanziamenti statali ai diversi paesi”.
E’ un lamento che non suona nuovo: ogni volta che ritarda la crescita, la colpa va sul groppone dei banchieri centrali. Ma nel caso dell’Europa, la denuncia non è particolarmente convincente. La Bce ha comprato centinaia di miliardi di euro in titoli di stato europei negli ultimi due anni. A partire da dicembre scorso, ha tirato fuori un trilione di euro in prestiti di emergenza alle banche. In più, la Banca ha mantenuto il suo principale tasso di rifinanziamento al 2 per cento o anche al di sotto dal gennaio 2009. Tutto questo nonostante l’inflazione dell’euro-zona plani attualmente intorno al 2,6 per cento l’anno mentre il target di inflazione della Bce è fermo al 2 per cento.
Sarkozy vorrebbe che la Bce adottasse qualcosa di simile al “doppio mandato” degli Stati Uniti che hanno richiesto alla Federal Reserve di indirizzare sia l’inflazione sia la disoccupazione. Finora la questione è stata tenuta sotto controllo da una tregua informale messa in atto nel mese di novembre dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha promesso di non fare “nulla di positivo ne di negativo” rispetto al mandato della Bce. Ora la predica politica del presidente francese sta mettendo in pericolo le condizioni del patto.
Il fatto che queste minacce abbiano una minima possibilità di diventare realtà è una questione diversa, almeno fino a quando la Germania resterà a capo dell’euro-zona. Ma è una indicazione di quante cattive idee si insinuano nella disputa economica della classe politica europea. Sarkozy è il primo a non riuscire a riconoscere il proprio ruolo nella crescita emettendo tasse più alte, intoppi burocratici e la denigrazione delle imprese di successo. Per quanto riguarda la Bce, anche con un unico obiettivo ufficiale sull’inflazione, si è trovata sotto una pressione impressionante per quanto riguarda il sottoscrivere misure sul welfare europeo. Rendere la “crescita” parte integrante dei suoi doveri d’ufficio risulterebbe solo in un’ulteriore politicizzazione delle sue decisioni, compromettendo la reputazione integra e stabile della banca in questione.
In Italia, Spagna e anche in Portogallo, i leader politici hanno compiuto il passo di riconoscere la necessità di intraprendere dolorose riforme interne, pena il ritrovarsi di fronte a una debacle in stile greco. I francesi potrebbero prendere in considerazione l’eventualità che questo possa essere utile anche a loro.
© Wall Street Journal. Per gentile concessione di MF/Milano Finanza